Nodulo tiroideo: terapia soppressiva

Il nodulo tiroideo può essere unico, chiamato anche nodulo tiroideo singolo, oppure associato ad altre formazioni nodulari, in questo caso parliamo di gozzo o struma multinodulare.

Nella maggior parte dei casi la tiroide con noduli conserva un normale funzionamento e parliamo infatti di gozzo normofunzionante, tuttavia può anche accadere che la tiroide funzioni più del necessario e ci troviamo davanti al caso del gozzo iperfunzionante otossico.

Escludendo con l’agoaspirato la possibilità che un nodulo tiroideo sia un tumore, le opzioni terapeutiche al momento disponibili per le formazioni benigne sono rappresentate dalle seguenti opzioni:

  • terapia soppressiva con levotiroxina
  • chirurgia
  • terapia radiometabolica a cui si è recentemente aggiunta anche la termoablazione (laser o con radiofrequenze).

In questa sede ci soffermiamo sulla terapia soppressiva con levotiroxina (Eutirox, Tirosint, o nuove formulazioni come Tiche, Syntroxine) che ha come finalità la riduzione dimensionale del nodulo o perlomeno la sua stazionarietà volumetrica nel tempo.
Questa terapia si basa sul principio che, somministrando l’ormone tiroideo, si riduce il valore del TSH (cioè il principale fattore di stimolo alla crescita dei noduli) e di conseguenza si dovrebbero ridurre anche le dimensioni dei noduli. Sostanzialmente, con la somministrazione si determina una condizione di ipertiroidismo subclinico iatrogeno, finalizzata a ridurre le dimensioni dei noduli.

Tuttavia, i dati scientifici disponibili sulla terapia TSH-soppressiva non sono univoci, con evidenze sia a favore che contro l’efficacia di tale terapia nel nodulo tiroideo che rimane, tutt’ora, argomento di dibattito.

La terapia soppressiva veniva prescritta, soprattutto in passato, sulla base di alcuni studi che ne evidenziavano l’efficacia nel ridurre il volume del nodulo tiroideo o nell’arrestarne la progressione. Secondo alcuni studi, i fattori in grado di predire un’eventuale risposta alla terapia sono le dimensioni contenute della lesione (volume <5 ml o diametro massimo <2 cm), una modesta componente liquida (<30%) e la presenza di abbondante colloide all’esame citologico dopo agoaspirato.
Tuttavia, studi e metanalisi successive hanno dimostrato che la terapia con tiroxina non è in grado di influire in modo significativo sulla storia naturale del nodulo tiroideo. Inoltre, la maggior parte degli studi randomizzati e controllati non ha dimostrato una riduzione del volume nodulare in corso di terapia soppressiva. Anche i risultati sulla stabilizzazione del volume nodulare (prevenzione dell’aumento volumetrico nel tempo) sono piuttosto negativi nei confronti dell’uso della tiroxina, tenuto conto anche del fatto che la maggior parte dei noduli, anche senza trattamento, non mostra tendenza spontanea all’aumento di volume o cresce molto lentamente.
Inoltre va considerato che la semplice riduzione dimensionale del nodulo non rappresenta necessariamente un evento clinico rilevante. In sostanza avere un nodulo tiroideo di 10 mm o di 15 mm, non cambia la sostanza per il paziente. Sempre sulla base di alcune recenti meta-analisi, oltre alla dimostrata inefficacia, si è dimostrato che la terapia con tiroxina è gravata da effetti collaterali non trascurabili. Infatti, se il suo rapporto di rischio/efficacia è più o meno accettabile prima della menopausa, dopo questa il rischio di favorire lo sviluppo di osteoporosi diventa clinicamente significativo. Inoltre, tale terapia favorisce l’insorgenza di ansia, tachicardia, extrasistoli ed in alcuni casi aritmie cardiache più rilevanti (fibrillazione atriale). Sulla scorta di queste considerazioni, si ritiene che il ricorso alla terapia soppressiva con levotiroxina debba essere di molto ridimensionato rispetto al passato, se non addirittura abolito.
In sostanza, con la terapia soppressiva con LT4 la riduzione dimensionale del nodulo non si ottiene quasi mai, al massimo si può ottenere l’arresto della crescita, tenendo presente che i noduli tiroidei, anche se non trattati, solitamente non presentano una significativa tendenza all’accrescimento nel tempo. Pertanto, soprattutto in età menopausale, il trattamento dovrebbe essere riconsiderato. Quando intrapresa, la terapia non dovrebbe essere completamente soppressiva sul TSH, ma dovrebbe limitarsi a portare il TSH a valori inferiori alla norma ma ancora misurabili. Infine, il trattamento dovrebbe protrarsi al massimo per 1-2 anni, e poi proseguito solo nei pazienti con evidente efficacia e che non presentino controindicazioni o effetti collaterali.

In definitiva si può concludere che il trattamento soppressivo con tiroxina per il nodulo tiroideo benigno non è un trattamento da utilizzare di routine, ma che può essere preso in considerazione in:

  • pazienti giovani
  • noduli di dimensioni contenute (volume < 5 ml o diametro massimo < 2 cm)
  • noduli con scarsa componente liquida (< 30%)
  • noduli con abbondante colloide all’esame citologico.

Invece è controindicato in:

  • gozzi voluminosi
  • noduli con autonomia funzionale
  • lesioni indeterminate (TIR3)
  • donne in postmenopausa
  • uomini di età superiore a 50 anni
  • pazienti con massa ossea ridotta o osteoporosi
  • pazienti con aritmie cardiache
  • pazienti con malattie sistemiche severe

Quando viene effettuata, la terapia deve riportare il TSH a valori inferiori alla norma ma non completamente soppressi. L’efficacia del trattamento deve essere monitorata, e la terapia sospesa in caso di mancata riduzione volumetrica del nodulo dopo due anni di trattamento continuativo.

(Fonte: lnx.endocrinologiaoggi.it)

Nodulo tiroideo

(Le informazioni qui fornite hanno lo scopo di informare, ma non possono in alcuna maniera sostituire la valutazione medica.
Rivolgetevi sempre al vostro endocrinologo di fiducia.
)

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *